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Scuola di Judo o palestra di Judo?
Riflessioni

Scuola di Judo o palestra di Judo?

Articolo 72 del 01/12/2014

Un giorno mentre facevo segreteria nella nostra Associazione si affaccia una signora e mi chiede quali sport si praticano nella nostra palestra e cosa potevamo proporre per il proprio figliolo.
Essendo la nostra una polisportiva ho illustrato tutte le attività fornendo informazioni sulle discipline e sui costi e alla domanda se il Judo è lo sport di base della nostra Associazione la informavo cortesemente che la nostra non era una palestra di Judo ma una scuola di Judo. Logica la domanda della signora: “Quale è la differenza tra una palestra e una scuola?”.
Ebbene mi sono posto la stessa domanda e riflettendo su quanto facciamo ho dedotto che senz’altro la nostra era una scuola dove la pratica del Judo non è finalizzata alla pura disciplina agonistica ma indicando il senso della “VIA” prendiamo in considerazione tutte le sfaccettature dell’insegnamento (la socializzazione, il comportamento, il rispetto, la tolleranza, le premura sulla sicurezza del partner e tutte le indicazioni che Jigoro Kano intendeva con l’aforisma come “amicizia e mutua prosperità”.
Sia ben chiaro, non abbiamo nulla contro la pratica agonistica, ma questa non può prescindere dalla domanda “da dove veniamo e dove vogliamo andare?” La pratica dello shiai è una parte della conoscenza del Judo e neanche la più importante quando si parla di conoscenza si deve intendere la completezza dell’insegnamento di Kano. Nella scuola dove ho iniziato la pratica del Judo sul muro appariva grande un cartello con la scritta “Vinci senza presunzione e perdi senza amarezza”.
Chi ha avuto la fortuna di apprendere il Judo da un maestro che non si è limitato a insegnare tecniche da combattimento ma che ha approfondito tutti i concetti filosofici e di vita che la disciplina comporta, ha continuato la pratica del Judo ben oltre l’età delle gare e dell’agonismo.
Recentemente ho partecipato a un seminario con dibattito per la presentazione di un libro “JUDO Educazione e Società”* del Prof. Giuseppe Tribuzio, ebbene non mi sono trovato d’accordo su tutto quello che ha detto, ma ho trovato giusta la sua osservazione “non importa se non siamo d’accordo su tutto quello che dico, ma è importante che si vada nella stessa direzione”.
Ebbene quale è la “VIA” della conoscenza e della giusta pratica? Non certo la gara per la medaglia o per il “punticino” Federale o per il prestigio di questo o di quel Maestro quando per questi obiettivi si arriva a rubare atleti ad altre associazioni, si insegna a odiare gli avversari e ci si accontenta di vittorie ottenute frodando con combattimenti vinti senza alcun merito.
Il Maestro, l’insegnante, l’educatore deve, fin dal primo giorno di pratica, mostrare con l’esempio quale deve essere il comportamento da tenere nel dojo, sul tatami perché questo comportamento debba essere poi trasportato nel quotidiano vuoi nella pratica sportiva vuoi nella vita, nella scuola, sul lavoro e in tutte le vicissitudini che la l’esistenza ci impone.
I modelli educativi dovrebbero essere patrimonio non solo del Judo ma anche di tutte le discipline sportive, troppo spesso deviate da cattivi modelli, da comportamenti scorretti da coloro che per scelta si dedicano alla sport come professionisti o anche semplicemente come tifosi.
Dopo tanti anni di insegnamento al termine della presentazione del libro, mi sono chiesto se sono stato un buon maestro o semplicemente un insegnante di tecniche judoistiche, ma se così fosse e chiedendo scusa ai tantissimi allievi che ho avuto e per dirla con un vecchio maestro della RAI maestro Manzi: “non è mai troppo tardi”.

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