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Cattivi Maestri
Editoriale

Cattivi Maestri

Articolo 88 del 24/03/2015

Ricordo e ricorderò sempre che la prima volta che sono entrato nella palestra dei Monopoli di Stato, a Trastevere, ho letto un cartello che diceva: Il judo si pratica in silenzio.

Infatti, i ragazzini che erano sul tatami in paglia di riso (ricordo ancora l’inconfondibile odore) si muovevano, saltavano si proiettavano a terra senza tante parole, anzi nessuna. Era anche un continuo salutare, salutavi il maestro se dovevi parlargli, salutavi il tatami quando lo lasciavi e quando ritornavi, salutavi i compagni prima e dopo ogni sessione di allenamento. Quei gesti, ripetuti nel tempo, mi sono diventati abituali e anche se devo incontrare qualcuno per il mio lavoro, completamente estraneo al judo, abbozzo un piccolo inchino perché non so se l’interlocutore possa capire o meno questa forma.

Il rispetto per se stessi, per gli altri e per il luogo era il primo passo obbligato per praticare il judo. Uno sport sempre considerato di nicchia e poi, nel tempo, minore. Il mio primo insegnante fu Danilo Chierchini, un gande maestro che sapeva riconoscere ogni allievo per le sue peculiarità, attento, gentile e deciso ci insegnò che prima dell’onore valeva il rispetto.

Un giorno ci disse anche che, la sconfitta è una grande opportunità e che la vittoria non è altro che la constatazione del lavoro svolto. Quando sei ragazzino questi concetti non li capisci anche perché la vittoria, per forma atavica, è una conferma imperiosa per il tuo ego. Ma l’esempio, il costante esempio ci fece capire come il nostro maestro intendeva farci conoscere la vittoria e la sconfitta.
Nel suo esempio, e poi in quello di molti altri maestri, io sono cresciuto. In nome del rispetto e dei valori del judo, che ci sono stati tramandati verbalmente e per imitazione, noi tutti abbiamo passato la nostra vita; costantemente sul tatami, senza nessuna importanza per la cintura o la classe di appartenenza, eravamo, comunque, judoka.

 

Nel tempo qualcosa è cambiato, impercettibilmente ma qualcosa è cambiato. Subito dopo essermi diplomato in Accademia iniziai ad insegnare e continuavo ad trasmettere ai ragazzi quelli che erano stati i principi fondamentali della mia crescita di judoka. Già qualche genitore si straniva perché l’insegnamento era troppo duro e la disciplina “ferrea” solo perché i ragazzi non dovevano disturbare la lezione parlando.
In altre scuole, alcuni istruttori, che conoscevo, già avevano derogato dai principi fondamentali. Sciocchezze, il dialogo aperto, non siamo mica in Giappone.
Alcuni tempi dopo ho visto genitori che decidevano se i loro ragazzi potevano o meno affrontare una competizione. Sciocchezze, apriamo ai genitori, non siamo mica in Giappone.
In questi giorni ho visto ragazzi scimmiottare i calciatori nell’esultanza, quegli idioti che assumono posizioni da guerrieri solo per aver messo un pallone dentro una rete; e noi che combattiamo per davvero? Ma non puoi impedire ai ragazzi di esultare. Sciocchezze, mica siamo in Giappone.
Il problema non è l’esultanza il problema è che l’unico modello che hanno, loro che fanno tutto un altro sport, è quello calcistico che ha ingenerato la violenza nel suo modus vivendi. La violenza si genera quando, proprio come succede nei bambini piccoli, non riescono a portare a termine un risultato o non ottengono ciò che credono gli spetti di diritto.
Questo diritto li porta a pensare che possono dire o fare qualunque cosa e che tutto il mondo è contro di loro, ad iniziare dagli arbitri.
Gli insegnanti non fanno nulla per arginare questo mal costume e confortano il ragazzo dicendogli che se non era colpa dell’arbitro… e peggio ancora fanno i genitori citando versi celebri come: arbitro cornuto e via discorrendo… Se si parte dalla malafede degli arbitri possiamo chiudere oggi e dedicarci ad un altro sport.
Ma possiamo parlare dell’incapacità arbitrale e della loro goffaggine nel prendere decisioni più grandi di loro. Quei ragazzi, che non devono avere ne un volto ne un nome, non devono appartenere a nessuna società, perché altrimenti sarebbero individuati e additati, sono delle vittime. Sono vittime due volte. La prima è quella di essere allenati da insegnanti tecnici che non insegnano loro il rispetto e la seconda è quando si ritrovano a confrontarsi con altri atleti che sanno gestire meglio i loro sentimenti. Risulteranno dei disadattati e non avranno rapporti amichevoli con i loro coetanei.

Per il loro bene questi ragazzi, i loro insegnanti, la loro società vanno puniti. Ma, nella stessa maniera dovranno essere messi “in panchina” quegli arbitri che non hanno saputo far fronte alle situazioni nelle quali sono stati chiamati ad arbitrare. Altrimenti, il nostro judo, quello che amiamo, se continuerà a far assistere a spettacoli simili si fermerà, perché un genitore, civile, non porterà più suo figlio nelle nostre scuole. E quando qualcuno dirà: Sciocchezze, un pò di apertura, non siamo mica in Giappone, noi potremo finalmente rispondere: è vero!

I cattivi maestri non generano cattivi allievi, creano una brutta società.

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