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da Rio a Torvaianica
Editoriale

da Rio a Torvaianica

Articolo 82 del 01/03/2015

Ho letto, dopo gli Open ad Ostia, una nota che diceva che a Dusserdolf avremmo riscattato il nostro disastro di Roma.


Ma non ero d’accordo e alla fine dell’articolo ho scritto:
“Se arriveranno medaglie da Dusserdolf non riscatteranno nulla perché non abbiamo nulla da riscattare, non abbiamo perso l’onore, abbiamo solo perso una grande occasione.”


Vorrei ripartire da qui.
Vorrei ripartire dal giornale che arriverà questa settimana a tutti gli abbonati.
Sia ben chiara una cosa, io non metto in discussione i ragazzi della nazionale, loro fanno il loro dovere ai limiti delle loro possibilità, e lo fanno con passione e determinazione fino in fondo. Ma mi chiedo, perché questa politica dell’attesa, della convenienza, della tattica a carpire ciò che si può al momento e non a lavorare sodo su tutto, visto che mancano pochi mesi a Rio? Non credete che siano pochi mesi? Fatevi due conti. Ma nei conti ci dovete mettere tutto. I mondiali saranno ad agosto. Dei nostri ragazzi nessuno è qualificato per cui dovranno per forza di cose “cercare” punti in ogni dove. Non potranno sbagliare una gara e dovranno sempre stare bene, non gli deve mai accadere un seppur piccolo incidente. Credo di aver “vissuto” la nazionale, o le nazionali se preferite, in maniera assidua per oltre 10 anni, come ricordavo con Rosati e Mariani e in tutto questo tempo non mi ricordo di tattiche, di riposi e ripartenze ad hoc. Mi ricordo di nazionali che vivevano sul tatami internazionale sempre e ogni occasione era buona per far sentire il proprio nome letto dagli speaker di tutto il mondo. La nostra nazionale, sia femminile che maschile c’era. L’Italia era ben vista e riconosciuta e nessuno poteva dimenticare i loro nomi. Mi dicono che i tempi sono cambiati e che adesso c’è una gara ogni settimana. Ma non capisco se i tempi sono cambiati noi non cambiamo? I giapponesi che erano a Roma hanno preso medaglia anche a Dusserdolf. Loro hanno capito che i tempi sono cambiati e noi no? A Roma dovevano esserci tutti, lo ribadisco, queste tattiche non servono (come hanno dimostrato i fatti). Mi hanno detto che Roma dava punteggi inferiori di due terzi rispetto a Dusserdolf, certo ma averne uno su tre è sempre meglio che non averne. Ogni grande viaggio inizia con un piccolo passo. A Roma si è vista una nazionale disgregata dove sembrava che ogni atleta gareggiasse per proprio conto e se non era per i tre “moschettieri”, Bruyere, Meloni e Bianchessi dagli spalti non si notava la presenza della squadra. Cosa succede? Un giornalista come me che frequenta il judo di sponda, forse, non ha le carte in regola per criticare l’operato della nazionale. Allora, come si fa in tutti gli sport, i responsabili della nazionale avrebbero dovuto indire una conferenza stampa dove chiarivano le motivazioni di quello che può sembrare un fallimento tecnico. Ho sentito anche dire che l’Italia dei cadetti ha riscattato i nostri colori. Non prendo in considerazione chi mi ha detto questa cosa e spero che non sia condivisa dai responsabili tecnici. I cadetti sono una cosa e la nostra Nazionale maggiore è un’altra, ben distinta. Da cadetti a senior ne passa di acqua sotto i ponti e tanti, troppi di loro, saranno vittime della vita e dei piccoli “affari” di bottega e lasceranno il judo per sempre. Se non fosse così oggi saremmo i campioni del mondo. Credo che se una rivoluzione deve essere fatta va fatta fino in fondo. Non credo che cambiare una sola persona al comando (ma non discuto la decisione) sia stata la soluzione. Il settore tecnico va ripensato e deve essere istituita una squadra di più allenatori per ogni nazionale con un direttore tecnico che valuta i ragazzi a che si assuma le responsabilità delle scelte. Nella squadra dovranno esserci i “vecchi” che hanno ancora un nome da spendere in campo internazionale e i nuovi che devono fare l’adeguata gavetta per sedersi di diritto a bordo tatami. Ogni tecnico dovrà portare la propria esperienza e tutti dovranno far tesoro dei suoi errori, se sarà in grado di ammetterli. I tecnici stessi non potranno più essere solo tecnici dei gruppi militari ma, a loro, andranno affiancati tecnici “civili” che conoscono bene il loro lavoro, e ce ne sono tanti. La squadra avrà il tecnico che motiverà gli atleti, quello che scoprirà e studierà insieme ai ragazzi gli avversari di categoria, quello che impartirà ordine, disciplina e regolarità negli allenamenti, quello che studierà per loro i migliori movimenti per affinare la loro tecnica. Questo team dovrà creare il gruppo. Questa squadra sarà responsabile dei loro progressi e delle loro sconfitte e dovranno metterci la faccia per primi, comunicando alla stampa specializzata le loro decisioni perché chi li segue ha il diritto di sapere.
In questa maniera, partendo da oggi, perché domani è già troppo tardi, forse riusciremo ad avere risultati e ad andare tutti a Rio. Altrimenti andremo a Torvaianica, non ci sarà la stessa acqua ma almeno il fegato lo salviamo.

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