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Abbiamo preso coscienza di come siamo. E adesso, che facciamo?
Editoriale

Abbiamo preso coscienza di come siamo. E adesso, che facciamo?

Articolo 121 del 31/05/2020

Questa quarantena è servita a qualcosa, a farci parlare di judo.
Come in un periodo normale non l’avremmo fatto! Però l’abbiamo fatto meglio, con più consapevolezza.
Ci è servita questa quarantena.
Ci ha fatto mettere seduti e con calma abbiamo parlato. Quando mai ci è capitato così tanto tempo da “sprecare” dietro alle parole di judo e del judo. Da tutti questi discorsi abbiamo capito che bisogna cambiare se vogliamo crescere ma crescere non per prendere le medaglie, quelle le lasciamo ai ragazzini che hanno più voglia di noi di combattere; le lasciamo a chi pensa che il judo debba essere medaglie da far vedere agli amici, di Dan da far vedere ai genitori per farci belli e per lustrare gli occhi di chi guarderà questi pezzi di carta che parleranno, per noi, di magnificenza, di saggezza, di verbo e, perché no, di sapere, specialmente quando ci sentiranno enunciare i numeri in giapponese. Quello che intendevo io era un altro judo. Sapete, quello che è fatto di tatami ammorbiditi dalle nostre cadute per proiezioni, di sudore insieme ai nostri compagni per cercare di comprendere una tecnica, per farla al meglio, per far risultare il judo, oltre lo sport, un espressione di stile. Sto parlando del judo quello fatto con un judogi bisunto dal sudore dove dentro ci nascondevamo i nostri sogni. Ma per quel tipo di judo non servono i Dan e di medaglie da mostrare così come mostrava Cornelia i suoi pargoli. Pensate, il judo del quale parlo io ha bisogno di un judogi e una cintura, non importa di che colore sia, basta che regga unita la giacca del judogi e un tatami. Perché vogliamo studiare, e poi, studiare ed infine studiare. Vogliamo capire quest’enigma che è il judo. Una volta stavo a cena con il Maestro Katanishi e gli dissi. “Perchè lei non scrive un libro sul judo, Maestro?” E lui serafico mi rispose: “Ma come faccio a scrivere un libro sul judo...il mio judo cambia sempre perché ogni volta scopro una posizione del piede diversa e le mani che fanno prese che non mi sarei aspettato. Il judo si evolve sempre, non c’è mai fine al movimento del judo”. Allora capite perchè studiamo judo? Lottiamo per arrivare alla fine, ma la fine non ci sarà mai. Abbiamo perso in partenza se vogliamo arrivare al 6/7/8/9/10 Dan perché quelli non sono i gradi del nostro sapere, sono i gradi da far vedere a chi crede che questi gradi rappresentino saggezza, conoscenza, cultura. Penso non sia chiaro quando dico queste cose. Ognuno ha quello che si merita, se voi avete preso il 6 Dan buon per voi, sono contento ma non sarò io a giudicarvi, ho troppe cose da fare che star qui a giudicare voi, no, non sarò io, vi giudicherà il tatami e credetemi, non sbaglia. E poi non ce l’ho con i sesti Dan, ben vengano se hanno qualcosa da insegnare, io starò in prima fila. Ma vedete, da qualche tempo sono più le cinture bianche/rosse che non le cinture nere. Ai miei tempi non ne vedevo. Una volta l’ho vista indossata dal Maestro Otani ma mi è sembrato naturale che la indossasse, ma stiamo parlando di Otani, quello che ha fatto la storia del judo in Italia. Io sognavo di diventare una cintura nera come i miei maestri, per insegnare come loro ma il mio Maestro, quando parliamo di judo, fa riferimento all’arte. Poi ne incontro un altro che fa riferimento al ballo, alla danza, un altro ancora fa riferimento alle belle donne. Chi avrà ragione? Però, a pensarci bene quel tal quadro mi fa ricordare un O Soto Gari potente, quel tipo di ballo mi fa ricordare un Ko Uchi Gari svelto e quella donna che ho visto vicino al tatami mi fa ricordare l’Hon Kesa Gatame come non l’avevo fatto mai prima. Io, dei miei Maestri, non ho saputo mai quanti Dan avessero...eppure mi sono fidato lo stesso e sono ancora vivo. Io ho rifiutato un passagio di Dan perché ho visto che sul tatami c’erano quelli che stimavo e mai mi sarei visto al pari loro e poi c’erano molti che non stimavo proprio e mai mi sarei abbassato al loro pari...poi, neanche sanno raccontare le barzellette bene.

Pino Morelli

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