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Riflessioni: cos’è un Maestro di Judo?

In fondo che cos’è un maestro di judo? Una persona che da giovane si è avvicinata al judo o per volontà o per volontà dei genitori.
Nel mio caso accompagnavo un mio amico a far ginnastica posturale ma quando entrai nella sala judo (perché da lì si accedeva) della S.S. Monopoli Judo, rimasi a bocca aperta.
Prima di tutto mi colpì l’odore acre della paglia (dopo scoprii che i tatami erano fatti in paglia di riso) e poi tutti quei bambini che correvano, facevano capriole e facevano lotta.
Quando andai a casa lo dissi a mio padre: “Voglio fare Judo” e lui: “Ma che vuoi fare la lotta giapponese?”.
Mi comprò un “kimono” da Valsport che gli costò quasi quanto uno stipendio.
Avevo il mio “kimono” e potei segnarmi al judo.
Anche io facevo la lotta per strada con i miei amici. Ma qui era tutto programmato. Il mio primo Maestro, Danilo Chierchini, era un tipo con viso asciutto dai modi garbati e gentili che sapeva essere deciso quando voleva che facessimo una tal
cosa. Dopo l’ora della lezione, vedeva che non sapevo fare le Zempo Kaiten Mae Ukemi e si fermava, solo con me, e mi faceva provare e riprovare le cadute. Di lui mi colpì la perseveranza al fare le cose che trasmise pure a me ed insieme mi
infondò l’amore per il judo facendomi capire che dopo ogni caduta ci si rialza sempre. “Quando non ti rialzi più hai perso, il combattimento, il judo, nella vita” mi disse. Capii cosa vuol dire resilienza (anche se non conoscevo il termine). Lo sostituì
Roberto Tortosa detto da tutti “Robertino”. Era appassionato del judo, ci incitava a combattere e pure lui aveva quell’amore innato per il judo che lo portava a trattenersi con i suoi ragazzi oltre l’orario della lezione. Con lui capii che la ripetizione
dell’esercizio ti porta ad una rapido movimento meccanico a cui non serve pensare, “Fallo e basta…” mi diceva “Non ti mettere a pensare. Ora che hai imparato il movimento fallo, non c’è bisogno di pensare ma ricorda che il Judo non è come
fare una fotografia”. Robertino mi ha formato più di ogni altro perché io diventassi più politico nei discorsi: “Se vuoi diventare un insegnante devi ascoltare gli atleti e anche i genitori e poi fa come ti pare, come ti dice la testa”. Grande lezione,
che mi è servita negli anni futuri. Poi, rimasi folgorato da un tipo che si presentò con una busta della spesa (noi eravamo tutti schierati sul tatami) e ci mise meno di un secondo a cambiarsi e tornare giù della scale degli spogliatoi. Noi eravamo
tutti in piedi e disse: “Facciamo randori”. Eravamo in trenta o quaranta sul tatami, fece con tutti e ci “pistò” uno per uno.
Poi il mercoledì e venerdì fece la stessa cosa. Il lunedì successivo disse: “Adesso facciamo judo”. Era Luciano Di Palma.
Luciano era più di un Maestro per me. Era burbero (sembrava) e si scocciava subito se non lo seguivi. Venivano molti altri insegnanti sapendo che c’era lui e ogni tanto gli dicevano delle cose sul judo e, allora, lui, sarcastico, faceva: “Sali sul tatami
e dimostramelo”. Io gli dissi: “Maestro perché inviti tutti a salire sul tatami e farti vedere il loro judo?”. Mi disse, con lo stesso tono sarcastico: “Capocciò il tatami non mente”. Aveva ragione, non sapete quanto. Luciano Di Palma mi insegno a
non abbassare la testa con nessuno; quando hai ragione, mi disse, battiti per farla valere la tua ragione. Mi ricordo che ci allenava tenacemente, così fortemente che eravamo rimasti in quattordici o quindici. Anche Luciano andava oltre l’orario
di fine lezione. Poi se ne andò e io lo seguii al Joseki. Nella palestra conobbi un suo vecchio amico, il Maestro Ferdinando Tavolucci, che insegnava in Accademia. Vista la propensione che avevo per l’insegnamento, feci domanda all’Accademia
e feci il corso con lui. Di Tavolucci posso soltanto dire che reincarna tutti gli altri Maestri che ho avuto con una cosa in più:
la cultura. Il Maestro Tavolucci era, ed è, per me, il massimo dell’insegnante di judo. Sempre educato, paziente e quando insegna ci mette un po’ di cultura che non guasta anzi ti fa capire meglio quello che stai facendo. Sa parlare di ogni cosa
riguardi il judo, è un fine conoscitore dei campioni, delle storie e della storia del judo; scompone e ricompone una tecnica a suo piacere per fartela capire meglio e in mezzo ci mette un contrattacco o una difesa. Il Maestro Tavolucci è stato per me
l’illuminazione per quanto riguarda il judo e non solo.
Ma per rispondere alla domanda inziale...di nessuno ho saputo quanti Dan avessero.
Voi conoscete il salvadanaio? E’un coccio di forma arrotondata in cui, i piccoli, mettono i loro risparmi che, noi a Roma, chiamiamo “Dindarolo”. Ecco, ci sono Maestri come io li ho conosciuti e ci sono maestri che io chiamerei “DinDanarolo”,
sono quei “maestri” che si riempiono di dan e poi non sanno insegnare i basilari; sanno tutti i termini giapponesi però non ne conoscono il vero significato, che si esaltano se mangiano il sushi, e la “zuppa di pesce” o “calamari e gamberi” li considerano
dozzinali, provinciali, roba da guardare dall’alto in basso.
Ma che volete fare, conosco solo due cose infinite: l’universo e la stupidità umana...ma per l’universo, adesso che ci penso, qualche dubbio mi viene.
Io, spero, di avere qualcosa da trasmettere ai miei atleti. Perché un maestro è una persona che trasmette amore per una passione. Che si può volere di più?

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