JudoItaliano - Editoriale di P. Morelli

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I Romani e il Judo

Si sa, siamo male educati

Cosa c’entri il judo con il dialetto romano (si fa per dire dialetto – l’unico vero dialetto era quello di Giuseppe Gioacchino Belli o quello di Trilussa), diciamo la parlata romana, ancora non lo so.
Io stavo pensando al judo, come faccio sempre, d’altronde, e mi veniva in mente mio zio Dario che mi parlava della sua lotta giapponese (ha iniziato alla Fiamma Yamato quando era, ancora, in Via Tasso). E mi parlava di “braccetto” e di “piede all’addome” o di “scianghetta” e di “ancata”. Adesso ha 84 anni ma si ricorda ancora quelle tecniche e me le mostra ogni volta che ci vediamo. È proprio vero che il judo non ti lascia mai. Ma stavo pensando anche ad un’altra cosa, il modo di parlare che abbiamo noi di Roma, è un po come il judo; adesso mi spiego. Quando, per la prima volta affrontiamo una tecnica, la facciamo velocemente però qualcosa ci scordiamo. Se avete mai sentito parlare un “regazzino” romano, si potrà sentirlo parlare svelto però qualcosa si perde, qualche consonante per esempio: dice guera e non guerra. Ma poi quando cresce rimette a posto le cose, affina la sua tecnica e s’impara a dire guerra con le due r. Però le tecnica la fa scimmiottando il maestro e guerra lo dice quando è in compagnia perché, quando è da solo o con gli amici più cari, non può far a meno di dire guera. Quando diviene più grande, inizia a prendere coscienza della sua tecnica e allora l’uchi komi lo fa correggendo infiniti errori mentre fa le entrate e guerra lo dice anche quando si trova in compagnia perché lo legge sui libri, lo dicono nelle trasmissioni sulla radio o sulla tv e la famosa guera è un retaggio ormai lontano nel tempo. Tutta questa storiella mi fa pensare che i romani hanno un retaggio antico nella parola, che risale ai tempi delle dominazioni francesi per merito (o colpa) dei Papi. Mio nonno diceva tiretto per dire cassetto, dal francese tiroir oppure “sorti fori” per dire, vieni fuori, dal francese sortir e aveva pure modificato guerra dal francese guerre dove la seconda “r” e la “e” spariscono nella lingua parlata. Noi romani siamo stati “male educati”. Anche nel judo siamo stati male educati perché ci hanno raccontato un bel po’ di frottole (per non dirlo in romanesco) a cominciare dai padri fondatori del judo italiano. Per fortuna che abbiamo avuto dei precursori che sapevano il fatto loro come l’Avv. Ceracchini e Silvano Addamiani che già allora avevano capito il judo e quale importanza avrebbe avuto in Italia; tanto è vero che si batterono perché fosse riconosciuta, agli insegnanti del judo, la stessa qualifica dei maestri di tennis o di sci che l’avrebbe equiparati, in un certo qual modo, come diplomati isef. Capite quanto ci vedevano lungo? Ma si doveva studiare e, a quei tempi, l’unico diktat era il lavoro. Riuscirono a portare una proposta di legge in parlamento ma per ragioni politiche naufragò. Il Maestro Tempesta ci portò al podio Europeo che rese il nostro judo più giovane, accattivante e in linea con gli altri paesi europei. E poi vennero Mariani, Gamba e molti altri. Io ho intervistato tutti ma mai li ho sentiti dire qualcosa sui Dan. Pure un proverbio romano parla di un ortolano che gioiva per i suoi cetrioli. E che c’entra con questa storia dei Dan? Perché noi siamo preoccupati più del Dan rispetto a come andremo a finire nel prossimo futuro. Non c’è una scuola che ci tuteli, non c’è un’Accademia che sia capace d’insegnare ai nostri istruttori il metodo d’insegnare ai giovani allievi. Sapete, l’ortolano era cosi fiero dei cetrioli ma uno gli cadde. Se c’è una cosa che il dialetto romano ha, immancabilmente, è la capacità di sintesi: Casca il cetriolo e va in culo all’ortolano. Ma si sa, i romani sono male educati. Studiate gente, studiate, che la cultura rende liberi.
Pino Morelli.

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