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Possiamo Ridere
Editoriale

Possiamo Ridere

Articolo 125 del 03/10/2020

Ogni volta che parlo dei bambini mi viene sempre in mente McDonald.
E’ chiaro che quando parlo dei bambini ne parlo come judoka e allora, che c’entra McDonald?
E che gli americani sono forti (come direbbe mia figlia). Detto che non ci andrei mai a
mangiare perché non sopporto l’odore della carne, specie degli Hambuger e, poi, penso che la cucina
italiana, la dieta “mediterranea” sia la migliore. Allora perché lego i bambini con il re degli Hamburger?
Perché, da sempre, per pubblicizzare il loro prodotto fanno divertire i bambini. Bisognerebbe far come
loro. E’ da tempo che il judo si è affermato da noi e si può parlare di un judo italiano (non di scuola
italiana perchè noi non abbiamo una scuola italiana di judo).
Ma del judo italiano si può parlare eccome; iniziando dal Maestro Nicola Tempesta per finire con Fabio
Basile. Noi non siamo giapponesi, mi sembra chiaro. Ma, per quanti non siano ancora convinti di
questa mia affermazione, dico solo che basti vedere dove sono nati. Se siete nati in Italia siete italiani.
Ma questo non basta. Ancora non ci credono. Allora i bambini, ai quali insegnano il judo, diventano
tante cavie per scoprire perché loro (i maestri) non sono diventati campioni. Allora, “daje giù” con l’Uchi
Komi e l’indottrinano con la storia dell’arte marziale sperando che questo “ideale” li faccia più forti e
coraggiosi (i ragazzini).
Ma noi siamo occidentali, non siamo orientali. Abbiamo una storia differente, del cibo diferrente, la nostra
cultura è differente. Non possiamo fare diventare dei judoka così come vediamo quelli che fanno
una tecnica ineccepibile a 6/7/8 anni, quelli con gli occhi a mandorla. Noi siamo un popolo di poeti, di
architetti, di musicisti, di pittori, di scultori. Noi abbiamo bisogno di creatività, di fantasia, di gioco. Se
li facessimo giocare sarebbero dei judoka più contenti, prenderebbero ippon senza fare troppe storie,
perché si divertono e allora cadere o stare i piedi è un bel gioco. Ma quando giocano i ragazzini vogliono
delle regole e se non le trovano scritte se le fanno da soli.
Io giocavo al pallone (non al calcio) con i miei amici e facevamo le porte con le nostre cartelle oppure
con i giacchetti. Come si sà, nè le cartelle nè i giacchetti potevano posarsi su un palo. E, allora, se
tiravamo alto come facevamo a decretare un gol? Si prendeva un punto di riferimento, anche all’infinito,
e se la palla andava sopra a quel punto di riferimento era “decisamente” fuori. Capite che i bambini
sono più ligi di noi in quanto a regole.
Questo per dirvi che se un bambino dimostra di sapersi divertire anche facendo randori il maestro può
“guardarlo” più attentamente e può “guidarlo” in una direzione agonistica.
Se il bambino non si diverte che viene a fare? Molto più divertente è il calcio e poi i campioni li vede
tutti i giorni. Molto più divertente è la pallavolo, ha gli amici di squadra, si battono le mani come vede
nei film o alla televisione. Molto più divertente è il basket (un tempo si diceva pallacanestro) e hanno
degli abiti fighi.
Ma il judo?
Bisogna farli innamorare del judo, bisogna far capire loro che tutto quel che vedono è nelle loro possibilità
“basta” che si “allenino duramente”. Si devono divertire con giochi che riportino ai movimenti del judo.
Se i ragazzini non si divertono ma chi glielo fa fare?
Allora pure io andrei al McDonald almeno li mi danno le patatine, i giochi, mi danno l’hambuger e mi
fanno giocare con i percorsi che ci sono nel giardino.
Avremo una generazione di grassoni che non sanno muoversi, e di chi è la colpa?
Di noi che non l’abbiamo fatti innamorare del judo.
Fateli giocare, fateli ridere e ve ne saranno grati tutta la vita.
Può darsi che non diventeranno mai campioni ma parleranno bene del judo...e questo che vuole
McDonald...e noi?

Pino Morelli

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