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La cultura dei Saggi
Editoriale

La cultura dei Saggi

Articolo 110 del 02/10/2018

Ma la cultura serve?
Diceva un filosofo: “Ne ha uccisi più la cultura che la spada”.
E’ chiaramente un paradosso per farci capire come sia importante. E noi che facciamo? In Giappone, dopo che si aprì all’occidentalizzazione, fu una cosa prioritaria l’educazione, cultura e la scuola si aprì a tutti, come non era nell’epoca Tokugawa. E sul filone di questa educazione, cominciata nell’era Meiji, che si “insinua” Jigoro Kano e porta avanti una sua scuola di Judo Kodokan.

Il judo già si conosceva ma non si studiava. Kano fece proprio questo, alla disciplina diede una scuola perché aveva capito che solo attraverso la cultura si poteva far sorgere quell’interesse per una lotta che era ormai in disuso. Noi che facciamo? Lungi da me fare la predica e non voglio fare quello che dice: “Una volta questo/quello era meglio”. Come mai non se ne sente più parlare? Di cosa? Della Scuola Italiana di Judo.

Io ho fatto l’Accademia, quella all’EUR in Viale della Tecnica. Chi l’ha fatta se la ricorda. Non era solo per insegnare, era una scelta di vita. Chi voleva vivere del judo frequentava i corsi dell’Accademia; non era importante quanti Dan avevano i tuoi compagni, frequentavamo solo per una cosa: imparare per insegnare il judo. Accettavamo quelli di altre “parrocchie” perchè anche quelli avevano scelto il judo. Poi non tutti ce l’hanno fatta a vivere del judo (perché, onestamente, è dura vivere solo di judo) ma la spinta era quella.

Imparavamo e portavamo nelle nostre palestre quel che avevamo imparato così, grazie a noi, rendevamo più edotto il judo che, fino allora, era un’esperienza più per sentito dire che pratica. Io quello che ho imparate in Accademia me lo porta ancora dentro e mi è tornato utile molte volte. Adesso non c’è più; adesso si fanno i corsi così come si scarica un’APP. Ma insegnare judo non è solo far vedere un tecnica perchè dietro a quel movimento c’è molta cultura che non appartiene al movimento che andiamo ad affrontare, ha radici più profonde.

Allora un’insegnante deve essere una persona colta, paziente e decisa. Però, tutto questo discorso, viene dopo.

Prima bisogna dicidere come impostare una nostra scuola di judo italiana. Non si può certo lasciare al caso la “fabbrica dei judoka”, bisogna che gli si dia una via da seguire perché il judo può essere l’aratro ma ci vuole una buona scuola che tracci il solco. Questo ragionamento l’ho fatto con alcuni amici perché abbiamo a cuore le sorti del judo e non vediamo soluzione a breve termine a meno che non si faccia come il Giappone che da un giorno all’altro ha sconvolto la sua civilta arcaica.

Oppure, più semplicemente, si mettono attorno ad un tavolo alcuni dei nostri saggi, senza appartenenza di parrocchia e loro decidono il da farsi. Perché, non si può?

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