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Articolo 84

Le massime del Judo - “JI-TA-KYO-EI”

Quando Jigoro Kano elaborò le basi teoriche del Judo, per meglio esprimerne la filosofia definì alcuni principi che, unitamente al concetto di “do”, evidenziavano l’aspetto etico di questa nuova disciplina. In particolare, egli formulò due massime che dovevano illustrare tali principi: “JI-TA-KYO-EI” e “SEI-RYOKU-ZEN-YO”.

 

JI-TA-KYO-EI Tradotto alla lettera significa “io ed altri insieme progresso”, ovvero il progresso personale si può ottenere solo con la collaborazione degli altri, solo insieme agli altri.

Da una prima lettura in chiave sportiva, deriviamo che il Judo non può essere praticato da soli. Questo non solo perché occorre fisicamente la presenza di un partner, ma perché per imparare è indispensabile la sua collaborazione. Per collaborare il nostro compagno dovrà accettare di subire numerose proiezioni, dovrà impegnarsi ad assumere quelle posizioni o fare quei movimenti richiesti dallo studio della tecnica senza perdere tempo e senza distrarsi, dovrà concentrarsi su quanto stiamo facendo per offrire la giusta opportunità e correggere eventuali difetti: in questo modo ci aiuterà realmente a progredire. Ma anche noi, a nostra volta, dovremo essere disponibili a fare tutto ciò per il nostro collega, ad avere a cuore il suo perfezionamento, dovremo aiutare il compagno meno esperto, porci allo stesso livello di quello più debole. La palestra di judo è il luogo dove collaborazione ed aiuto reciproco non sono astrazioni che tutti condividono senza mai tradurle in pratica, ma sono realtà concrete e quotidiane con le quali ognuno deve fare i conti ad ogni lezione: il ragazzo che pensa solo per sé, che non accetta di collaborare, si accorge quasi subito di non riuscire a concludere nulla; chi si comporta in modo prepotente con il compagno più debole, si troverà altrettanto spesso nella condizione di essere egli stesso il più debole. Così ancor prima che si renda necessario l’intervento dell’insegnante, la pratica stessa del Judo porta all’applicazione del “ji-ta-kyo-ei”. Al di là delle mura della palestra, nella vita quotidiana, il significato sociale di questa massima è d’altronde così evidente che appare superfluo soffermarcisi: in ogni momento del vivere comune la collaborazione porta a progredire più facilmente; da sempre la disponibilità all’aiuto reciproco rappresenta uno dei valori morali più qualificanti. Questa massima viene spesso tradotta un po’ più liberamente come “Amicizia e mutua prosperità” ad indicare che con l’aiuto reciproco tutta la comunità può raggiungere una condizione di vita più soddisfacente. Anzi, nel pensiero originario di Kano è proprio tramite il miglioramento di ciascuno di noi che si può giungere ad un miglioramento della società e suo fu il merito di indicare come questo miglioramento dovesse essere l’obiettivo primario del judoka e dello sportivo.

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